Lei è partito per il Giappone nel 1967. Può raccontarci quale motivo l’ha spinta a recarsi in un paese così lontano?
Io sono andato in Giappone perché sapevo che in Giappone c’erano i maestri Zen. A me del Buddismo interessava il fatto che per questi maestri così particolari, possiamo dire “sportivi”, il corpo fosse molto importante. Io sono uno sportivo, e lo sportivo è una persona che si misura concretamente: se un risultato è raggiunto, si vede, senza il bisogno di un giudizio esterno, di un pubblico che dia il proprio consenso. Se uno scalatore raggiunge la cima della montagna, la raggiunge, e concretamente è consapevole e testimone di ciò che ha fatto. Non si possono inventare risultati se non si sono ottenuti. Allo stesso modo, nello Zen ci sono delle cose che si fanno praticamente e questi maestri mi interessavano perché andavano proprio alla radice dei problemi. E’ per questo che sono andato in Giappone e dopo vari giri sono arrivato in un monastero Zen.
In quale luogo del Giappone è arrivato e che cosa ha fatto nel suo primo periodo di permanenza?
Io sono andato senza sapere niente, neanche la lingua giapponese. Mi sono portato gli sci perché, facendo di professione in Italia il maestro di sci, ho pensato che se lì si sciava potevo intanto sopravvivere in questa maniera. Facendo il maestro di sci ho imparato a vivere da giapponese, ho imparato, per quanto è possibile, la lingua, e ho trovato, tramite gli allievi di sci che avevo, la via per accedere al monastero.
Qual è il monastero giapponese in cui è entrato?
Sono andato nello Shōfukuji, a Kōbe. Proprio tramite un mio allievo sono arrivato dal maestro Ōmori Sogen, a cui ho detto di voler entrare in un monastero. Lui aveva praticato con Yamada Mumon, erano stati compagni di monastero, e allora, siccome Yamada Mumon era l’unico maestro di quel tempo che accettava gli stranieri nel monastero, gli ha fatto presente la mia volontà di entrare in un tempio Zen e, poiché hanno acconsentito al mio ingresso, sono andato lì.
Com’è stato l’impatto fra lei, un occidentale, e i monaci all’interno del monastero? Come veniva considerato dai suoi compagni giapponesi?
Nel monastero Shōfukuji, che aveva un maestro un po’ particolare come Mumon, da un certo punto di vista c’era già un’accettazione degli stranieri, però è stata una cosa del tutto particolare e infatti dopo la sua morte, il maestro successivo non li ha più accettati, non ci sono più stranieri nel monastero. Però è ovvio che i monaci giapponesi non è che vedessero con piacere questi monaci stranieri che avevano modi di comportarsi diversi dai loro. Non c’è niente da fare, noi siamo abituati a muoverci e a ragionare in maniera diversa e disturbavamo un po’. Però nello stesso tempo potevamo portare un certo rimescolamento delle cose che ha portato, per esempio, al fatto che oggi lo Zen è molto più vitale in Occidente che in Giappone. Anche se, comunque, ci sono alcune cose che per un occidentale sono incomprensibili.
Come vengono assegnati i compiti da svolgere nel monastero?
C’è un atteggiamento militaresco. I più anziani comandano sui più giovani.
E’ solo una questione di anzianità o la gerarchia è basata anche sui raggiungimenti spirituali dei monaci?
No, è solo una questione di anzianità, fino a quando non si diventa maestri è solo una questione di anzianità.
Qual è il percorso per diventare maestri?
Il percorso per diventare maestro è un percorso molto chiaro. Si basa su tre pilastri, possiamo dire. Uno è quello legato alla vita pratica nel monastero in cui un monaco impara a fare tutto quello che c’è da fare, dal pulire i gabinetti, a recitare le orazioni, a lavorare nell’orto. Tutti, a rotazione, devono svolgere questi compiti. Poi, mano a mano si sale un po’ nella scala gerarchica, continuando comunque a occuparsi dei lavori manuali come tutti, fino a quando si arriva a conoscere tutto quello che c’è da fare nel monastero. Il secondo pilastro, che si svolge contemporaneamente al primo, consiste nella pratica spirituale, che avviene attraverso la meditazione sui kōan, mirata al loro superamento. Il terzo e ultimo punto, fondamentale per passare da anziano a maestro, è il raggiungimento del satori, che viene riconosciuto soltanto dalla guida spirituale e fa acquisire il titolo di roshi (maestro). L’apprendimento di queste tre conoscenze è fondamentale per diventare maestro e avviene contemporaneamente. Se manca anche soltanto uno di questi tre pilastri, non si riceve il titolo di roshi.
Come si svolgeva una giornata tipo all’interno del tempio?
Più o meno ci si svegliava verso le tre del mattino, anche se l’orario varia lievemente fra l’inverno e l’estate. Si andava poi nella sala delle cerimonie a svolgere un rituale abbastanza semplice, che consisteva nella recitazione di alcuni sūtra, più le dedicazioni ai maestri del passato. Poi c’era la colazione, più o meno alle quattro. Dalle cinque alle sette circa c’era un periodo di intervallo in cui si poteva riposare, però sempre stando seduti perché lì non ci si poteva mai sdraiare tranne la notte. Naturalmente si viveva in una sala grande tutti quanti insieme.
Quindi anche la notte, non c’erano celle separate per dormire?
No, non esistono le celle nei monasteri Zen. Tutti vivono nella stessa sala. Continuando a parlare delle attività giornaliere nel monastero, dalle sette alle otto c’era un sermone del maestro, il taisho, e dalle otto accadevano varie cose. O si lavorava nel monastero (per sistemare il giardino, curare i tetti, o anche svolgere lavori annuali come la potatura o la ristrutturazione di vari edifici), oppure si usciva nella città a piedi e si raccoglievano le offerte che venivano dai cittadini. Ogni volta, secondo percorsi diversi, si raccoglievano soldi o riso. Questo fino alle dieci e mezza, ora in cui era fissato il pranzo.
Che cosa si mangiava nei pasti del monastero?
Il mangiare era molto semplice: la mattina mangiavamo riso bollito, che era riso bianco, mentre ora mi pare che usino quello integrale, e tsukemono (ortaggi in salamoia), il takuan (una radice); poi a pranzo si usava mangiare riso e orzo mischiati, in bianco e asciutti, con in più misoshiru (zuppa di miso, un derivato della soia) e qualche verdura. Nei giorni di festa c’era qualcosa in più, come ad esempio il tōfu (formaggio di soia).
Nella cena, che avveniva alle tre e mezza, si mangiava più o meno quello che si mangiava a pranzo. In realtà in passato la cena non esisteva, un monaco buddista doveva avere già mangiato prima di mezzogiorno. Ma poi, già prima del mio arrivo, si erano accorti che i monaci avevano troppa fame ed è stato introdotto un altro pasto. Finito il pranzo, comunque, avevamo ancora un pochino di riposo, poi da mezzogiorno circa si ricominciava a lavorare per altre due o tre ore nel pomeriggio. Poi aveva luogo la cena, seguita da un po’ di riposo, e alle cinque iniziava la meditazione che, in genere, durava fino alle nove di sera. Finita la meditazione, dopo che era già scoccata l’ora del riposo notturno, si usciva di nuovo all’aperto. Quando eravamo già sdraiati dentro le coperte, nella completa oscurità, ci si rialzava, si prendeva il cuscino e si andava a fare meditazione fuori, fino verso mezzanotte. Perciò si aveva sempre tanto sonno: alla fine si imparava a dormire in qualunque posizione, quando si poteva.
Come avveniva l’organizzazione dei turni per i lavori nel monastero? Chi se ne occupava?
I turni cambiavano ogni sei mesi: il due di febbraio e il due di agosto. Ogni monaco eseguiva un compito, a rotazione: quello che curava l’orto passava alla cucina, chi si occupava della cucina passava a fare la recitazione dei sūtra e così via. Alcune decisioni, comunque, erano prese dagli anziani. Nel monastero ci sono tre anziani che hanno i compiti più importanti: c’è un responsabile della sala di meditazione, un responsabile generale dei servizi e un responsabile che fa da tramite fra questi due. Si può dire, infatti, che l’amministrazione dei servizi e quella della meditazione costituiscano due blocchi separati, anche se poi si intersecano. Il blocco degli uffici lavora per l’altro blocco: chi si trova nella sala di meditazione, non deve pensare a nient’altro che alla meditazione. I monaci addetti ai servizi, a differenza di quelli in meditazione, possono uscire fuori dal monastero, procurano il cibo che occorre a tutti, si recano dai fedeli a svolgere le cerimonie richieste, si occupano di varie cose. Nei servizi ci sono otto persone: divisi in gruppi di due: due in cucina, due in ufficio, due che si occupano delle cerimonie e due che sono i servitori del maestro. E in più c’è un coordinatore principale, che si chiama shikagi, che è colui che ha il rapporto col maestro, che parla con lui tutte le mattine. Il maestro non c’entra niente con tutte queste cose, ha un ruolo a parte. L’unica cosa che fa è scegliere i suoi due servitori. Le altre sei persone che ricoprono ruoli di servizio vengono scelte dai tre anziani. (Il capo dei servizi, il capo della sala di meditazione e il capo che fa da tramite). Ogni sei mesi, quindi, avviene una rotazione e questi tre anziani si riuniscono per decidere quali compiti assegnare ai vari monaci, in modo che tutti quanti facciano tutto.
Quali sono i compiti del maestro del tempio?
Il maestro non ha compiti, lui insegna e basta: si può dire che sia un ospite. Il monastero senza maestro non avrebbe senso. Egli chiede i kōan ai monaci, ha con loro un rapporto diretto e quotidiano, che però non si approfondisce.
Come si finanzia il monastero?
Il monastero cerca di essere autonomo. Le spese di un tempio dipendono dalla quantità di monaci che ospita. I monaci, infatti, ricevono uno stipendio, che dipende dalle possibilità economiche di un monastero. Spese molto alte, inoltre, sono sostenute per il restauro degli edifici o per lo svolgimento di alcuni lavori per i quali sono chiamati degli esperti (come la potatura degli alberi che, in Giappone, costa tantissimo).
Questi soldi arrivano da varie parti: dalle raccolte che si fanno nelle città, anche se il denaro derivato dalle elemosine dei monaci è davvero molto poco; dalle cerimonie che hanno luogo nel monastero e che sono pagate dai fedeli, in genere cerimonie funebri; e dalle cerimonie che i monaci svolgono al di fuori del tempio. Ogni monastero, inoltre, ha annesso un cimitero di cui si prende cura, effettuando la pulizia e la manutenzione delle tombe, ma anche occupandosi della cura spirituale di chi vi è sepolto. Ogni anno, infatti, si deve eseguire una cerimonia in onore dei defunti, e a volte viene richiesto che tale rito sia eseguito ogni mese.
Ogni giapponese possiede in casa un altarino e spesso i monaci vengono chiamati per svolgere cerimonie. Nel monastero c’è l’elenco delle persone da cui andare e, tutti i giorni, gli addetti agli uffici che possono uscire si recano a casa di qualche fedele e si occupano della commemorazione bruciando l’incenso davanti a questi altari e ricevendo, in cambio, delle offerte. La maggior parte delle entrate di un tempio derivano dalle cerimonie svolte per i fedeli, anche se i devoti più facoltosi possono elargire donazioni sostanziose, a prescindere dai servizi svolti dai monaci.
Il maestro tracciava calligrafie anche su richiesta. Questa era un’ulteriore fonte di denaro per il monastero?
No, il maestro esegue gratuitamente le sue calligrafie, ad ogni modo non quantificabili in denaro. Il nostro maestro, comunque, era molto ricco, perché era invitato tre o quattro volte al giorno a tenere conferenze in varie parti del Giappone, e ogni volta riceveva denaro per questo. Anche ogni volta che eseguiva una cerimonia riceveva dei soldi. Il maestro utilizzava in vari modi le sue entrate: ad esempio manteneva un centro di lebbrosi su un’isola giapponese, e manteneva me come suo discepolo. Io, infatti, ho ricevuto da lui il mio nome buddista, l’abito e donazioni in denaro.
Come avviene la scelta da parte del maestro dei suoi discepoli?
Attraverso una cerimonia di ordinazione. Il monaco giapponese normalmente è un monaco di famiglia, cioè è figlio di un monaco. Il figlio maschio maggiore diventerà il successore del padre nello stesso tempio. Anche il secondo figlio, spesso, riesce comunque a entrare nel monastero, poiché viene ordinato dal padre, anche se in seguito dovrà comunque avere un altro referente. Poi ci sono coloro che non nascono da padri monaci e, se hanno l’intenzione di entrare nel monastero, chiedono di essere accettati da qualche maestro, che può prenderli come discepoli, dargli un nome buddista e mantenerli. Spesso, inoltre, i maestri che non hanno un tempio sono mandati in monasteri in cui l’abate ha soltanto figlie femmine, per cui la linea si interromperebbe. Il maestro senza tempio, quindi, viene fatto sposare con una figlia dell’abate, prendendo così il suo nome e continuando la linea della famiglia.
Come viene scelto il nome buddista? Qual è il suo nome buddista?
Il nome buddista viene assegnato al discepolo dal maestro. Il mio è Engaku Taino. En vuol dire “rotondo”, e si legge anche maru, e siccome io mi chiamo Mario, il maestro ha scelto per me questo ideogramma. Gaku, invece, vuol dire montagna. All’inizio il maestro mi voleva chiamare Enno (che si può leggere anche maruo) Taikan (che vuol dire grande montagna), ma c’era già un altro monaco che si chiamava così. Allora ha invertito i caratteri ed è venuto fuori il mio nome, Engaku (dove gaku è montagna) Taino. Nel nome del discepolo, di solito, si include una parte del nome del maestro. Il suo nome buddista era Mumon Taishitsu, Yamada era il suo nome di famiglia, quindi mi ha dato la sua parte tai.
Continua...